MOSTRE

FANGO, gli Squallor a tutto tondo

12 ottobre 2024

Là dove finisce il fiume comincia il film. Un omaggio agli Squallor.

Pasquale Ruocco

Era il 38 luglio, del 1971, e «faceva molto caldo» quando Alfredo Cerruti, Totó Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e, pur se per brevissimo tempo, Elio Gariboldi, diedero vita alla band più irriverente, eversiva ed esilarante della musica italiana: gli Squallor.

Quattro assoluti protagonisti dell’industria musicale italiana che, come racconta più dettagliatamente Ciro Castaldo in questo volume, un po’ per noia, un po’ per spasso cominciarono a prendersi gioco di tutto e di tutti, a cominciare proprio da quel mondo musicale al quale appartenevano, registrando successi incredibili nonostante la censura, il bigottismo e la mancanza di una qualsivoglia campagna pubblicitaria.

A questo gruppo di buontemponi, di moderni Pasquini, Salvatore Scuotto, alias Morale-S, dedica il suo omaggio, con Fango: un progetto polifonico, corale, di cui è ideatore, autore e registra, coinvolgendo diversi attori tra cui Ciro Castaldo, Pasquale Napolitano, Salvio Vassallo, Nicoletta Itto, l’Accademia di Belle Arti di Napoli e diverse maestranze con le quali ha condiviso la realizzazione delle sue opere. 

Politica, musica, religione, istituzioni, sessualità, amore, gli Squallor, senza alcuna remora, sbeffeggiarono ogni aspetto del costume italiano, della classe dirigente e delle correnti ideologiche di quegli anni, mediante un delirio narrativo capace di rendere l’assurdo immagine visibile e conturbante, rappresentando quella rivoluzione rock che nello stivale fece fatica a farsi strada. 

In circa vent’anni di carriera divennero, tra mito e leggenda, un prodotto di massa di incredibile successo, nonostante fossero, in particolare per il ricorso ad un linguaggio non proprio convenzionale, un fenomeno sotterraneo, clandestino, fortemente ostacolato, tuttavia ascoltato da moltissimi nel segreto delle proprie stanze o automobili, complice la diffusione delle autoradio, delle radio libere e delle cassette pirata; sintomo di un profondo desiderio di libertà, anche espressiva, in una Italia post sessantottina dall’inquieto orizzonte. 

Una rock band che del nonsense, del turpiloquio e della satira fece i propri cavalli di battaglia, demolendo ogni limite linguistico posto alla canzone italiana, e non solo, pur muovendosi, più o meno consapevolmente, in un lunga tradizione letteraria che dall’antichità raggiunge i nostri tempi.

Per quanto esecrato dalla morale, vituperato dalle buone maniere e censurato dal linguaggio quotidiano, il sessualmente esplicito, l’oscenità, la volgarità, le ‘male parole’, infatti, hanno sempre trovato spazio nella nostra storia linguistica e culturale. Basta pensare alle commedie di Archiloco, di Eschilo, di Sofocle, agli Arconesi di Aristofane, alle satire di Giovenale e al Satyricon di Petronio piuttosto che ad alcuni dei carmi scritti da Catullo. Non ne fu immune Dante Alighieri nel suo Inferno, per non parlare delle novelle di Giovanni Boccaccio. E a questi si potrebbero ancora aggiungere il Tommaso Stigliani di Mermeide, il Pietro Aretino del Marescalco, Giorgio Boffo, il poeta che scandalizzò la Venezia del Settecento, fino al Gadda autore di Eros e Priapo, un pamphlet satirico sulla figura di Mussolini e sul fascismo, e al Dario Fo di Mistero Buffo. Per non dimenticare la tradizione poetica partenopea, molto importante per gli Squallor, raccolta, ad esempio, nel volume L’inferno della poesia napoletana. Versi proibiti di poeti di ogni tempo, a cura di Angelo Manna al quale fece seguito, più meno negli stessi anni in cui I Cerruti & C. incisero i loro primi album, il disco omonimo, prodotto da Luciano Rondinella utilizzando brani di musica classica – da Chopin a Wagner – sui quali venivano decantate le licenziose composizioni, per esempio di Raffaele Viviani e Ferdinando Russo. 

A leggere il saggio di Fo L’osceno è sacro e quello Sull’origine del turpiloquio e della bestemmia curato da Romolo Giovanni Capuano si apprende, del resto, non solo che la bestemmia costituisce una particolare forma verbale comune a tutti gli uomini, ma come questa si sia sviluppata proprio in contraddizione con certe interdizioni, con certi divieti sacrali.

Capuano, ad esempio, spiega, attraverso gli studi dell’antropologo inglese Ashley Montagu, che «le bestemmie non sono fenomeni innati, ma un’acquisizione culturale raggiunta ben presto dall’umanità e rispondente ad un ben radicato bisogno istintuale», e, facendo ricorso allo scrittore e saggista francese George Steiner, evidenzia come l’uso della bestemmia sarebbe da collegare alla «presenza in ogni lingua conosciuta di certe parole tabù, di espressioni circoscritte da una zona di divieto o di forza sacra».

L’origine del turpiloquio coinciderebbe quindi con quella dei tabù, cioè delle proibizioni che riguardano determinati istituzioni, attività, parole e comportamenti tipici di ogni società, presente e passata. 

In tal senso gli Squallor hanno creato parodie di canzoni convenzionali facendo ricorso al surrealismo, all’iperbole, alla sperimentazione linguistica e all’oscenità, ridicolizzando con successo la società italiana, sfuggendo a qualsiasi classificazione e dissacrando costantemente il canone e persino se stessi.

Un’ esperienza, suggerisce Achille Bonito Oliva, di matrice neo-dadaista capace cioè di affrontare argomenti importanti, ma senza prendersi troppo sul serio, senza essere pedanti o moralisti «tanto da condire i loro argomenti con una ‘modica’ quantità di volgarità, di atteggiamenti che sembrano goliardici ma che in realtà servono a stabilire un collante, un collegamento, una comunicazione con i giovani che consumano la loro musica».

Una comicità caustica e dissacrante la loro – penso, tra le tante, a Marcia Longa, Ti ho conosciuto in un clubs, all’epopea di Pierpaolo, a Usa for Italy – che trova punti di contatto con il caustico umorismo dell’illustratore statunitense John Callahan, con i Monty Python, con gli Amici miei di Mario Monicelli, con i fumetti di Pazienza, di Tamburini e Liberatore; capace di mescolare l’alto con il basso, il sacro con il profano, l’aristocratico con il popolare, lo snobismo con l’irriverenza, il colto con il volgare.

Con gli Squallor, Morale-S condivide proprio il gusto per la caricatura, lo sberleffo, il piacere della satira, una certa irriverenza e l’autoironia.

Il burlesco, la parodia stilistica, il citazionismo dichiarato, cifrano, del resto, l’eclettismo con il quale l’artista si muove tra declinazioni neo-pop e sapere artigiano, tra il vernacolare e le forme più alte della storia dell’arte, in una rete di rimandi che intrecciano l’arte antica a quella contemporanea, la religione al folklore, il design, la grafica al fumetto e al cinema.

Questo è quanto emerge anche da Fango, che già dal titolo riprende l’ambiguità e la predilezione per i doppi sensi della band.

Un tragitto, quello immaginato dall’artista, che, se da un lato appare come un percorso iniziatico nello sconcio immaginario degli Squallor, dall’altro costituisce l’occasione per tanti ascoltatori di contrabbando di venir fuori. Non solo. Costituisce anche l’occasione per scrutare con un sguardo divertito ai rituali dell’arte contemporanea, spesso al limite dell’ecclesiastico, del dogmatico, dell’ auto celebrativo, ma anche per riflettere sugli eccessi e le virtù del politicamente corretto, che rischia di condurci al silenzio, all’autocensura.

Così prendono forma le immagini, realizzate partendo dalle copertine degli LP degli Squallor, molte delle quali ideate dall’autorevole Luciano Tallarini, graphic designer degli album di Mina, Fabrizio de André, Mia Martini, Vasco Rossi, Raffella Carrà e tanti altri.

Penso al cavallo a dondolo apparso su Troia, il primo album inciso dagli Squallor, qui riprodotto con la tecnica del raku, realizzato con la collaborazione con il ceramista Filippo Felaco, un giocattolone per adulti che oscilla tra il cavalluccio rosso di Pazzaglia e memorie del Novecento italiano, da Minguzzi a Marini.

All’articolato ‘tavolo da biliardo’, la cui esecuzione ha visto il coinvolgimento della Marem, specializzata nella manutenzione di imbarcazioni, sul quale ‘rotolano’ due simpatiche palle alludendo ad esplicite pratiche sessuali. Mutando, uno dei lavori più complessi di Tallarini, qui diventa una donna bionica ispirata alle pin-up robotiche dell’illustratore giapponese Hajime Soroyama e alle sculture post-human di Matthew Barney. 

Ancora Tocca l’albicocca, album del 1985 la cui copertina riprendeva la lussuosa grafica delle edizioni Franco Maria Ricci, qui riproposta come un giardino delle delizie in cui cogliere i nuovi frutti del peccato, tutti realizzati e dipinti a mano con estrema cura, facendo ricorso alle tecniche del colombino e del colaggio, seguendo «attentamente le attenzioni», come recitava uno dei rari spot che pubblicizzavano l’uscita del disco. 

A questi si aggiungono un maialino-cupido, testimonial dell’erotismo più sfrenato tipico degli Squallor, e il fascioratto di Revival, ispirato ad un esilarante brano del 1982, ancora oggi, sfortunatamente, attualissimo.

Il repertorio degli Squallor non poteva, inoltre, non trovare uno spazio anche nel cinema, producendo, complice Ciro Ippolito, le ‘peggiori’ pellicole del cinema italiano, capaci, tuttavia, di diventare veri e propri oggetti di culto.

A questi Morale-S dedica il ritratto di Arrapaho, che da il nome alla fantomatica tribù pellerossa di Palla Pesante, Scella Pezzatta e il piccolo Capa di Bomba, che tra la mamma e il papà, preferiva Pippo Baudo, alludendo a come la televisione fosse prepotentemente entrata nelle vite delle famiglie italiane. Qui Arrapaho, ancora ispirato all’illustrazione di Tallarini, diventa un koùros greco le cui doti virili competono con il Priapo della casa dei Vettii di Pompei.

Seguono gli Uccelli di Italia, seconda pellicola degli Squallor, ispirata all’omonimo disco del 1984: falli alati, veri e propri amuleti che se da un lato rimandano ancora all’antica cultura romana, dall’altro riprendono la Rocking machine, dello scultore e pittore olandese Hermann Makkink, resa nota dal celebre Arancia Meccanica di Kubrick, assieme al Christ Unlimited, dello stesso Makkink, e alle sculture ipersessualizzate di Allen Jones.  

A questi si aggiungo quattro ritratti, rigorosamente monocromi, rifiniti come sono da uno strato di argilla liquida, di questi deliranti poeti, in bilico tra immagine sacra e ritratto classico. 

Alfredo Cerruti indossa i panni del Vescovo Vincenzo Esposito, eletto suo malgrado e controvoglia Papa Gennarino I, il primo papa partenopeo che non sapeva il latino perché a Napoli non c’erano le scuole di quarta categoria; Daniele Pace, in Love & Pace, veste, invece, i panni di un Gesù, che aveva impersonato in Uccelli d’Italia, fortemente scaramantico, con in petto un cornetto porta fortuna al posto del sacro cuore. A Bigazzi, invece, Morale-S dedica un ricchissimo busto reliquiario contente gli oggetti iconici della sua esistenza mentre Totò Savio assume le fattezze di un diavolo dispettoso ma in fondo gentile. 

Un percorso, insomma, con il quale Morale-S, introducendoci nello scanzonato mondo degli Squallor, si interroga sulla figura dell’artista, sul cosiddetto sistema dell’arte contemporanea che troppo spesso risulta lontano e incomprensibile ai non addetti ai lavori, dissacrandone abitudini e stereotipi, cercando nello sberleffo nella parodia, nella satira, nel gioco uno strumento di connessione più diretto con il pubblico, preferendo, ad un algido concettualismo le forme ironiche della Commedia dell’arte, decretando «la vittoria all’elettrotecnico per una ferita sopraccigliare del polipo. E così dove finì il fiume incominciò questo tremendo film».

 


Diritti e rovesci mostra personale all’Arsenale di Amalfi

20 dicembre 2023

L’arte di Morale-S: dalla tradizione all’azione

di Pasquale Ruocco

Quello stesso mare che per secoli ha visto navigare le galee dell’antica Repubblica Marinara di Amalfi alla conquista di terre lontane e ricche rotte commerciali, vede oggi attraversare migliaia e migliaia di disperati su barconi improvvisati e fatiscenti.

Un’umanità invisibile, vulnerabile e senza diritti, che fugge da guerre, povertà, regimi antidemocratici, catastrofi ambientali legate alla crisi climatica, alla ricerca di un posto migliore, di un destino migliore spesso al costo della propria vita, come tristemente ci insegnano stragi come quella dello scorso febbraio a Cutro, in Calabria.  

Un fenomeno, quello dei flussi migratori che affonda certamente le proprie radici in tempi remoti, ma oggi è causa di nuove sfide e profonde tensioni sociali, che sollecitano la riflessione di numerosi artisti contemporanei.

Ritroviamo così, per fare alcuni esempi, le opere dell’artista albanese Adrian Paci, autore di opere come Centro di permanenza temporanea del 2007, riguardante la crisi dei profughi e la situazione nei centri di detenzione degli immigrati senza carta in attesa di essere accolti o deportati. Il sempre discusso Ai Weiwei autore del film Human Flow, del 2017, e  della foto, al centro di enormi polemiche, dove si faceva riprendere nella stessa posa in cui fu ritrovato il corpo del piccolo Aylan Kurdi su una delle spiagge di Bodrum. 

Les Voyageurs, corpi frammentati di migranti con le valigie di ‘cartone’, realizzate dallo scultore Bruno Catalano ed esposte quest’estate sulla darsena di Amalfi, mischiandosi alla rumorosa e colorata massa dei turisti. 

Ancora Corrado Levi, architetto e artista, con Vestiti di arrivati in cui si è fatto fotografare con indosso diversi strati di abiti di migranti raccolti su una spiaggia dove erano stati abbandonati, realizzando un manifesto affisso nel 2015 per le strade di Bologna. Jason deCaires Taylor, scultore britannico noto soprattutto per l’installazione di complessi scultorei subacquei come La Zattera di Lampedusa e il Gruppo di Rubicon, entrambi del 2016, collocati nei fondali di Lanzarote, che rimandano immediatamente al tragico destino di questi viaggiatori della speranza. Ancora il progetto fotografico Santi Migranti del fotografo Massimo Pastore che con le sue icone ci ricorda che le nostre tradizioni culturali e religiose sono legate a uomini e donne che vissero una storia di migrazione; oppure quello di Eva Leitolf, Postcards from Europe, con il quale la fotografa tedesca cerca non solo di raccontare il fenomeno della migrazione ma anche come L’Europa prova ad affrontarlo.

Dal canto suo Morale-S, al secolo Salvatore Scuotto, il cui sguardo da tempo si sofferma sulle turbolenze di una società a tratti decadente e disumana, affonda le mani nella sua materia prediletta, l’argilla, per dar forma a questa umanità affranta e disperata ‘giocando’ con i caratteri suadenti e rassicuranti di piccole sculture colorate, dal sapore pop, quasi si trattasse di semplici forme di arredo, di oggetti apparentemente innocui ma in realtà carichi di significato, contraddistinti da una ironia cupa e corrosiva. È il caso di Bersaglio nobile, un’opera realizzata in collaborazione con Nicoletta Itto, compagna d’arte e di vita, parte di un progetto che prevede la diffusione di una serie di ritratti, realizzati a mo’ di bersaglio, raffiguranti personaggi iconici del nostro tempo, spesso presi di mira per le posizioni coraggiose e controcorrente. Tra questi Gino Strada, medico, attivista, scrittore e fondatore di Emergency, con la quale, fino alla fine, ha sostenuto l’importanza del riconoscimento dei diritti umani universali e la battaglia contro le guerre e i conflitti. 

Il lavoro di Morale-S, sempre in bilico tra una manualità tradizionale, figulina, e la necessità di denuncia, anche in maniera irriverente, innesca, interagendo con la serie di reperti archeologici conservati nei monumentali spazi degli Arsenali della Repubblica amalfitana, provenienti anch’essi dal mare, una sorta di corto circuito tra oggetti di diversa provenienza e valore, tra epoche storiche lontane, invitandoci a riflettere sulle grandi trasformazioni che hanno avuto luogo in quel mare nostrum sul quale quotidianamente ci affacciamo.  

Ci costringe così ad attraversare una sorta di campo minato dove al posto degli ordigni troviamo i volti spaventosi di corpi ormai abbandonati alla deriva, mentre una mano, ancora viva, prima di inabissarsi, con le sue ultime forze mostra tutta la sua indignazione inchiodando il cosiddetto Occidente alle sue responsabilità. 

Tra resti di anfore e altri cocci, incontriamo, invece, un Portapastelli colorito, una testa di moro con la bocca spalancata a forza per contenere una raccolta di matite colorate che ‘dichiarano’ con decisione di non essere nere. Una sorta di vaso, un recipiente macabro, che ci ricorda come anche nelle rappresentazioni più edulcorate, si pensi al tradizionalissimo e apparentemente innocuo moro portalampade, la raffigurazione del negro sottintende sempre una funzione servile.

Ancora Mamma Negra, quasi una piccola madonna votiva e Sinera, dal sapore leggendario, mitologico. Due figure che portano con se la disperazione, le paure, la precarietà di un sistema  immischiato con il malaffare, il crimine, di cui le donne troppo spesso sono le prime vittime.

Al contempo, però, portano la speranza di una vita, di una nuova esistenza, dalle cui labbra, seppur stanche e doloranti, sembrano poter uscire i versi di una poesia del marocchino Tahar Ben Jelloun: «Forse questa giornata approderà su un colle e gli uomini si chineranno a raccogliere frutti di generazioni mandate al sacrificio».

 


BERSAGLIO NOBILE installazione al Rione Sanità

26 aprile 2023

BERSAGLIO NOBILE è l’opera degli artisti Nicoletta Itto e Salvatore Scuotto (alias Morale-s), compagni di studi, di vita e d’arte che credono in un’azione artistica protagonista della contemporaneità.

NICOLETTA ITTO:

Nata il 22 luglio 1972, si è diplomata al liceo Artistico e ha conseguito il diploma di laurea all’Accademia Belle Arti di Napoli, sezione Scultura.

“La mia intenzione era di creare qualcosa ispirata alle pietre di inciampo ma che oltre a dare memoria aggiungesse anche un messaggio. Con Salvatore abbiamo deciso di estrapolare una frase che fosse la più rappresentativa del personaggio ritratto. Il mio auspicio è che questo progetto possa ampliarsi ed essere accolto anche in luoghi pubblici frequentati dai più giovani, come ad esempio le scuole, poiché è ai giovani, ovvero il futuro, che va passato il testimone della nostra memoria. Il messaggio allegato all’immagine, completa la funzione dell’opera indicando i principi migliori che queste grandi persone ispirano. Bersaglio Nobile prevede di arricchirsi con l’aggiunta di altri personaggi che possano essere di esempio per un vivere civile e più umano.”

SALVATORE SCUOTTO (Morale-S)

PROGETTO BERSAGLIO NOBILE

Picasso diceva che “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”.

“E’ il momento per la scultura di scendere dai piedistalli, per gli artisti di scolpire o modellare un pensiero che sia ferocemente rivolto al pubblico, un pensiero che non allieti ma che informi e che induca alla riflessione” scriveva Salvatore Scuotto, alias Morale-S, quando decise di realizzare una scultura di Matteo Salvini, allora ex ministro degli interni, che scandalizzò l’intera politica italiana. Eppure l’opera era la parodia di una politica intransigente e crudele con i deboli e i disperati, molti dei quali morivano e muoiono ancora in fondo al mediterraneo. Anche in quella occasione, al fianco dell’artista c’era la sua compagna di vita Nicoletta Itto che dipinse la scultura e che adesso ha deciso di partecipare più attivamente al nuovo progetto:

Bersaglio Nobile, è una installazione che prevede la distribuzione nel tessuto urbano di “bersagli plastici”, bassorilievi in resina di circa 40 cm di diametro, raffiguranti personaggi iconici del nostro presente; uomini e donne che con il loro vissuto rappresentano, per la collettività, un esempio a cui ispirarsi. Un’installazione di street-art che si immerge nel quotidiano collettivo provocando l’inciampo dello sguardo e le conseguenti domande; è un bersaglio da colpire e abbattere o un obiettivo da cogliere? i doppi sensi dell’opera generano quesiti, perché l’arte non deve dare risposte ma indurre alla riflessione.

Il progetto nostro nacque diversi anni fa, quando Liliana Segre, senatrice della Repubblica e superstite dell’Olocausto, subì vergognose offese e minacce di morte, tanto da essere costretta a camminare sotto scorta. Da allora è diventata il “bersaglio nobile” di una parte del paese che non ha memoria.

Cominciammo a pensare ad un’opera  che moltiplicasse il suo messaggio a dispetto di chi voleva tacitarlo.

Nicoletta si mise subito all’opera e realizzò un pregevole ritratto in bassorilievo della Senatrice con l’intenzione di renderlo multiplo e disseminarlo in ogni luogo, dalle strade della città alle scuole.

Dopo aver ritratto Liliana Segre, fu la volta di Gino Strada e poi di Mimmo Lucano, tutte personalità che in modo diverso ma allo stesso tempo paradossale, sono diventati “bersagli” a causa della loro grande umanità.

Il progetto comincia il suo cammino con la figura iconica di Gino Strada, medico coraggioso che ha fondato Emergency, un presidio di umanità dislocato in tutte le parti del mondo lacerate dalla guerra e dalla povertà. Grazie a lui, negli angoli del pianeta più complicati esistono ospedali che impongono il diritto di cura per tutti, soprattutto per i più poveri. Anche Gino Strada in vita fu spesso “bersaglio” di campagne denigratorie sul pacifismo di sinistra che una sua frase liquidò in modo perentorio: Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra perché la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”

Il progetto BERSAGLIO NOBILE sarà inaugurato il 26 aprile 2023 al Rione Sanità di Napoli, accolto dal quartiere della città che da anni riesce a trovare nell’arte e nella sua valorizzazione, il proprio riscatto.

Padre Luigi Calemme, parroco del Rione ha accolto positivamente la proposta di installare BERSAGLIO NOBILE al Rione Sanità, proponendo alla coppia di artisti di contestualizzarla nel mese di aprile del 2023, in concomitanza del settantacinquesimo anno dalla nascita di Gino Strada. L’intuizione del parroco ha allargato il progetto, coinvolgendo la stessa Simonetta Gola, moglie di Gino Strada, meritevole di averlo indotto a scrivere un libro preziosissimo, “Una persona alla volta”. Il giorno 26 aprile alle 18, si terrà un incontro con Simonetta Gola Strada che dialogherà con la comunità del quartiere.

 


Mostra collettiva Virginem = Partena”

Nabi Interior Design, sabato 23 novembre 2019, via Chiatamone, 5a, 80121 Napoli

Testo critico di Amalia De Simone

Finisce il mondo se non sappiamo raccontarlo più.
Finisce in quella cortina apparentemente invisibile e invece più densa di certe vite al limite che si chiama indifferenza.
Allora l’unica strada per tutti è la scelta. Sceglie chi guarda. Sceglie chi mostra. Sceglie chi crea. Morales sceglie di seguire Picasso quando dice che l’arte è un’arma, è un modo per combattere. Sceglie quando la fa diventare un atto politico. Perché forse l’arte per l’arte non esiste più o non è mai esistita, soprattutto se questo concetto così complesso diventa solo merce da consumare, come divertimento, come speculazione e mero vantaggio economico o come evento mediatico. Chi è Morales? E’ il suo nome. Sono le radici di una madre che ha un cognome che suona come una parola abusata, disillusa, fraintesa e sconfitta: Morale. Sono le eredità di un figlio che recupera una storia. Sono le esse perdute durante il fascismo che non tollerava assonanze straniere e quindi anche quella consonante sibilante di Morales doveva andare giù. Sono le esse della fratellanza di un cognome che è stato il simbolo di una rinascita di un certo modo di fare arte nelle botteghe del centro storico di Napoli. E così Salvatore Scuotto della omonima famiglia che ha dato vita a La Scarabattola recupera il cognome di sua madre, Morale e gli restituisce la “s” che gli apparteneva riparando un torto subìto e ribellandosi al fascismo che fu e come prepotente atto simbolico, a quello che ritorna. Morales a 50 anni si è regalato il tempo per rompere i tempi. Riconosce il valore della scultura contemplativa tesa alla ricercatezza puramente formale ma ha deciso di andare oltre, soprattutto ora che è diventato difficile decifrare la bellezza.

“Io penso che è il momento per la pittura di rompere le cornici e per la scultura di scendere dai piedistalli”, dice Morales. Bisogna dipingere senza evadere, scolpire o modellare plasticamente un pensiero che sia ferocemente rivolto al pubblico. Un pensiero che non lo allieti ma che lo accusi, perché stiamo diventando tutti, nemmeno lentamente, colpevoli.
E così nasce la “Sinera”, una donna africana con le pinne capaci di affrontare il più ostile dei mari, la madonna dei nostri giorni che stringe sul petto quei bambini che abbiamo visto troppe volte morire. E’ il piccolo Aylan dalla Siria con la maglietta rossa, i pantaloncini e la faccia schiacciata sulla sabbia di una spiaggia turca. E’ una bimba appena nata trovata sul fondo del mare ancora abbracciata a sua madre. Sono cadaveri e sopravvissuti. Sono la guerra e la speranza.

Il domani è nella pancia rotonda e viva di una migrante che ci mostra il palmo della sua mano e ci chiede di fermarci. In questo olocausto di mare e di terra sono le donne le prime vittime, torturate, violentate, vendute e comprate e poi usate come bancomat di carne. In tutto questo dolore l’atto rivoluzionario è il venire al mondo, comunque. Nonostante l’odio. Quello della propaganda ci mostra tentativi di uomini forti che alla fine sparano con una pistola giocattolo a degli zombie. Perché il nemico non è il vero nemico. Perché “l’altro” non è un pericolo ma serve mostrare che lo sia. Morales quindi ce lo racconta trasformando gli immigrati in zombie, cadaveri ambulanti, morti viventi, uccisi
dalla miseria, dal dolore, dall’abbandono. A chi possono far male? Eppure un Salvini armato di rosario e pistola li affronta millantando coraggio, seminando odio e ingannando gli italiani. Messo così diventa ridicolo e se l’arte riesce a farcelo sembrare tale allora si che lo ha sconfitto. Per questo Morales è irriverente e sovversivo, perché ci costringe a guardare, perché ci strappa un ghigno e un po’ di rabbia. Ci affilia e ci deride ci salva e ci denuncia, come con il suo dito medio che riprende quello di Cattelan di fronte alla Borsa di Milano.
Sono nude le tele che ci raccontano il lutto. Quello dei muri e delle crepe, della frammentazione dell’esistenza, del pensiero, di un’idea. Morales ipnotizza con queste linee che si rincorrono e che spiegano. E poi ci sveglia con quelle barriere rigate dalle tracce degli uomini che disperatamente ne restano aggrappati.